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Ruggero Chinaglia Il dispositivo della
vendita è in realtà un dispositivo di compravendita: non c’è vendita
senza acquisto. E cosa viene acquistato o acquisito? L’acquisto è
acquisto in qualità.
L’acquisto segue la domanda, esige la domanda e è acquisto in qualità.
Questa è la missione dell’art ambassador. Sia per sé sia per il cliente.
In ciascun caso, il dispositivo della compravendita è dispositivo di
valore. E il valore di cui si tratta sta nella scommessa che si formula
con ciascun cliente. Non è una scommessa una tantum, né la solita
scommessa. Nessuna abitudine alla scommessa. Ma, senza la scommessa
ognuno si trova nella routine, nel quotidiano, nelle solite cose, nel
già visto e nel già previsto.
Venditore e cliente non hanno nessun valore in comune, non sono
accomunati da niente non sono complici in niente. Qualora s’instaurasse
una qualsiasi forma di complicità, la vendita ne sarebbe compromessa,
rimandata, rinviata, preclusa.
La vendita non è mai reale.
/.../ Che ne è dell’impresa senza la vendita? Che ne è della ricerca
senza la vendita e la sua scrittura? Scrittura della ricerca, scrittura
dell’impresa, scrittura della vendita, scrittura che esige il
dispositivo del transfert.
Il tabù della vendita si pone come tabù della transitività, come tabù
della realizzazione della relazione sociale. Ma, non c’è necessità di
questo tabù, perché la relazione è originaria, non sociale, e non può
transitivizzarsi nella sua forma eminente che è l’incesto, la fantasia
d’incesto. Il tabù della vendita è il tabù dell’incesto, ossia il tabù
che si istituisce sull’idea della transitività, della transitività della
relazione, della transitività dell’atto, dunque dell’incesto come
possibile. Ma la vendita non è transitiva, non c’è chi si venda o venda
qualcosa.
La vendita e l’acquisto: dispositivo dello scambio. La vendita non è un
fine, è senza finalismo. La vendita è un’esigenza dell’art ambassador, è
un’esigenza del transfert, è un’esigenza del dispositivo di qualità,
perché trae con sé la scrittura, la clinica, dunque la cifra. La vendita
è l’altro nome del transfert. E dunque la vendita è art ambassador.
Commercio, disciplina, vendita sono le basi della scrittura: scrittura del commercio, dunque scrittura sintattica, scrittura della disciplina, dunque scrittura frastica, scrittura della vendita, dunque scrittura pragmatica. Che cosa si scrive se non ciò che entra nel commercio, nella disciplina e nella vendita? Che cosa, se non questo, si dirige alla cifra? Questa è la scommessa di chi si trova nell’esperienza di parola, questa è la scommessa dell’art ambassador. Art ambassador: lo statuto intellettuale. Art ambassador: il transfert. […], perché ciascuno non può non trovarsi nello statuto di ambasciatore. L’ambasciatore: ossia dal disagio alla cifra, dove l’ambasciatore non è l’Altro, anche se non può prescindere dall’Altro, non può abolirlo, non può toglierlo, non può espungerlo. Allora chi, chi non si è sentito disturbato, ma sollecitato per qualche aspetto da quanto abbiamo detto questa sera? […]
È chiaro che chi “si risparmia” e si amministra attraverso l’ideologia del realismo, quindi dei soldi reali, in un certo qual modo partecipa di una fantasia di somministrarsi la morte, con parsimonia, ma con costanza; anche negandosi tutto ciò che non sia conforme al sacrificio dell'uomo. Che ne è dell'homo mortalis senza il sacrificio? Sarebbe imbarazzante, no? Un homo mortalis che non segua le tribolazioni della valle di lacrime sarebbe veramente imbarazzante, sarebbe fuori luogo, assolutamente al di fuori della prescrizione canonica. Quindi, ognuno si attiene a questo dettato delle tribolazioni, del sudore, ecc. Ma, senza questa credenza, senza questa gnosi, senza l'attribuzione di questo fine alla vita, di questo scopo, che ne è della vita senza il fatalismo dello scopo? Questo è materia d’indagine, materia cifrematica, materia della parola, materia dell’avvenire. Possiamo dire che l’avvenire avviene senza questo scopo, altrimenti non c’è più l’avvenire, ma c’è lo scopo. Quindi, l’attribuzione dello scopo alla vita toglie alla vita l’avvenire e la rende predestinata. Non è un granché. Ecco, dunque, la questione dell’art ambassador, che è la questione del nostro avvenire, e questa è una questione interessante.
Il tabù della vendita è tuttavia una caratteristica dell’epoca. Il tabù
della vendita caratterizza il funzionario. Chi è il funzionario? Il
difensore per antonomasia del discorso comune: il conformista, o il suo
contrario, l’anticonformista, partecipi entrambi dell’alternativa
esclusiva.
/.../ Arroganza e vittimismo sono propriamente due elementi che negano
il dispositivo intellettuale e dunque anche il dispositivo della
compravendita, perché quanto abbiamo sin qui chiamato dispositivo di
vendita è in realtà dispositivo di compravendita, cioè non c’è vendita
senza acquisto. Ma cosa viene acquistato o acquisito? Il prodotto? No!
L’acquisto è acquisto in qualità; l’acquisto segue la domanda, esige la
domanda ed è acquisto in qualità. Non di qualità! In qualità! E questo
acquisto in qualità è la missione dell’art ambassador. Ma dunque non per
sé stesso. Per sé e anche per il cliente. Il cliente, se non acquista in
qualità, non acquista nulla. E dunque, in ciascun caso, il dispositivo
della compravendita è il dispositivo di valore; e il valore di cui si
tratta non è già determinato, non è il valore stabilito per le cose, è
il valore che sta nella scommessa che si formula con ciascun cliente.
Quindi, il valore non è già dato. L’art ambassador non vende il valore, e il cliente non acquista il valore; acquista in valore per quel valore che si produce nel dispositivo della compravendita, che dunque è valore che non c’è già, deve prodursi, deve prodursi nel dispositivo e non è già dato, non è già avvenuto che si produca. Quindi, occorre la scommessa e occorre anche tutto ciò perché la scommessa si compia, si compia nella produzione di valore; e questa scommessa non è scommessa una tantum che vale, dunque, per tutti i clienti, non è la solita scommessa, è la scommessa che investe, per dir così, il dispositivo con ciascun cliente. Dunque, non è mai la stessa scommessa, non è una scommessa per abitudine; non c’è abitudine alla scommessa, che è scommessa intellettuale, è scommessa, dunque, di valore sul valore.
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